Cessando di essere pazzo, diventò stupido. (Marcel Proust)

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Utente: Misina
Nome: William Scott Harris
Cessando di essere pazzo, diventò stupido. (Marcel Proust)

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SatyaShade in 13 marzo 2008 - Inte...

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giovedì, 13 marzo 2008
13 marzo 2008 - Intervallo

I post riprenderanno prima possibile.
Mi scuso per l'interruzione....
Un saluto. W.S. Harris

Postato da: Misina a 00:19 | link | commenti (5)

martedì, 29 gennaio 2008
5 giugno 1963 - Risveglio

Mattina, molto molto mattina. La stanza è la stessa, ma da dietro le palpebre lui percepisce che c’è più luce adesso. Una luce chiara, fredda ma in ogni caso promettente. Il suo piccolo corpo è intorpidito ma lo sente diverso da prima, più vivo. Ha voglia di muoversi. Tutto però sembra ancora lento. Sposta una gamba, alza il ginocchio verso l’alto e quando il suo piede è abbastanza vicino lo tocca, lo accarezza, insinua dita tra le dita come se quel contatto lo aiutasse a percepire la sua energia vitale e il suo essere.

Poi spostando la sua mano su fino alla sua bocca in una lunga carezza esplorativa del suo corpo, incontra il suo naso.

Prude la punta del suo naso e lui la strofina avanti indietro con il suo piccolo indice. Ancora una volta non capisce bene cos’è lui, ma si sente diverso questa volta. La luce lo chiama, alza piano le palpebre, lo abbaglia. È tutto molto sfuocato ma dura poco perché i suoi giovani occhi sono affamati di particolari. Sente che c’è qualcuno nella stanza, sposta la testa verso destra, con lo sguardo segue i tubolari della sponda del lettino che gli impedisce di cadere e poi, più su incontra le mani di lei, le conosce quelle mani ed è una gioia come il marinaio che trova terra dopo tanti mesi di navigazione vederle. Guarda il suo viso e i suoi occhi che brillano di sollievo. Non è mamma, ma questo lo rende ancora più felice perché ora è cosciente che ha ritrovato il suo mondo.

Apre le labbra nell’istintiva voglia di farsi sentire e dopo un attimo d’innaturale silenzio si sente il delicato suono della sua vocina.

“Nonna… nonnaâ€.

“Piccolo mio sono la tua nonna, mi riconosci, vieni quaâ€.

Vicino al suo letto vede anche una giovane donna con il camice bianco e i capelli raccolti che sorride. Lei non la conosce.

La donna alza un poco la sponda del letto sganciandola e accompagnandola verso il basso. Tolta quella barriera in un istante lui è in ginocchio, poi alza le braccia verso di lei che lo accoglie stringendolo a sé.

“Nonna…â€. Le dice ancora appoggiando la testa alla sua spalla e perdendosi nel suo rassicurante profumo d’amore.

Postato da: Misina a 01:30 | link | commenti (15)
amore

sabato, 12 gennaio 2008
4 giugno 1963 - Da poco passata la mezzanotte

Era stata una lunga giornata per Achille. Guardò l’orologio spostando in su con la mano destra la manica della giacca per scoprire il quadrante, era passata da poco la mezzanotte. Poi chinò la testa osservandosi la punta delle scarpe, l’ascensore si fermò con un leggero sobbalzo. Achille aprì la porta a serranda per poi richiuderla dietro di se. S’incamminò verso il lungo corridoio che portava alla guardiola situata nell’atrio centrale con l’uscita principale dell’edificio. C’era Mario quella settimana, era il suo turno. Era lì con la testa china dentro la Settimana Enigmistica, appena sentì che stava arrivando qualcuno e vide Achille alzò un poco il capo verso il dottore e con un cenno della mano che teneva la biro lo indicò. Quello era il saluto tipico di Mario ad Achille.
“Salve Mario†disse Achille. “Cervello sempre in allenamento, eh…â€
“Dottore, ormai è un’abitudine quella della Settimana…†esclamò intendendo la rivista.
“Fa bene, fa bene… buonanotte Marioâ€.
“Notte dottoreâ€.
Era un bravo uomo Mario. Lavorava in ospedale come guardia notturna ancora prima che lui arrivasse lì. Preferiva il turno di notte, raramente l’aveva incontrato di giorno. Al dottore era rimasto subito simpatico quell’omone alto quasi un metro e ottanta che quando non aveva nulla da fare stava immerso sempre nei cruciverba e nei rebus della Settimana. Ogni tanto leggeva qualche barzelletta buona e se passavi in quel momento lo vedevi ridere di gusto.
Poi mormorava: “Domani gliela raccontoâ€, ma poi non se la ricordava mai. Un paio di volte l'anno diceva ad Achille: “Dottore mi punge un po’ il fegatoâ€.
“Si faccia fare gli esami dell’altra volta dalla dottoressa Anna, poi venga da me che vediamoâ€, rispondeva Achille. Era in salute Mario, ogni tanto eccedeva con i grassi e con qualche bicchiere di vino di troppo, specialmente quando tornava al suo paese per qualche battesimo, matrimonio o funerale. Si anche dopo il funerale si finiva per trovarsi tutti all’osteria a bere qualche calice accompagnato da pane e qualche fetta di pancetta. Doveva essere delle parti di Marmirolo, ora Achille non se lo ricordava con certezza.
Achille scese i quattro gradini dell’ingresso principale e s’incamminò verso il parcheggio mentre tirò fuori le chiavi della sua Alfa Romeo Giulietta Spider. Non era un fanatico d’automobili ma quel mezzo lì gli piaceva proprio tanto. Entrò nell’abitacolo che profumava della pelle che ricopriva i sedili. Impugnò il volante di legno lucido con il marchio del biscione nel centro e spinse la schiena all’indietro tirando un respiro.

Ripensò agli esami del bambino che aveva appena letto nel suo studio e a quando arrivò al pronto soccorso qualche giorno prima con l’ambulanza. Aveva la febbre altissima ed era in una condizione di riduzione parziale dello stato di coscienza, quasi per niente reattivo agli stimoli esterni. Interrogò immediatamente la madre che era scossa ma decisa e aveva capito che rispondere bene e con calma a quelle domande poteva essere vitale per la salute del suo bambino. Ad un certo punto lei disse che tre giorni prima al piccolo avevano somministrato il vaccino antipolio, ma non era in perfetta forma già da una settimana manifestando qualche linea di febbre. Ad Achille si accese in testa una lampadina. Encefalite pensò. Un accidenti di processo infiammatorio che interessa il cervello. Si fosse aggravata sarebbe stata infausta per il bimbo con conseguenze permanenti. Cecità, sordità e anche un deterioramento delle funzioni mentali. Un vero disastro per il suo sistema nervoso.
Achille sapeva bene che non esisteva una terapia efficace ma oramai sapeva anche che il piccolo paziente aveva avuto fortuna, tanta fortuna.

Postato da: Misina a 02:53 | link | commenti (4)
alfa romeo

lunedì, 07 gennaio 2008
3 giugno 1963 – Quarta parte

Ad Achille bastarono poche parole lette qua e la tra le righe dei fogli dell’esame contenuto nella busta gialla, per capire che tutto era andato per il verso giusto. Achille era molto contento adesso.
Sapeva che non era merito suo, o non solo suo, o del resto dell’ospedale, era piuttosto quello che lui chiamava: “…le cose giuste al momento giustoâ€. Non era una frase sua, ma ci credeva e non era mai stato smentito.
Per quel bimbo le cose erano andate così. Tutto ciò che avrebbe potuto danneggiare la sua vita, si era tramutato in una serie d'eventi a suo favore. Una sequenza ‘fortunata’. Bene, mormorò tra se e se Achille.
Si alzò dalla sedia mentre contemporaneamente rimetteva i fogli nella busta andò al mobile archivio in metallo grigio e aprì il cassetto che scivolò sulle sue guide. Fece scorrere sotto le dita le cartelle appese alle barrette metalliche fino a che trovò quella del bambino. L’aprì ed inserì all’interno la busta ed il suo contenuto, richiuse il cassetto. Chiuse a chiave lo scaffale metallico e infilò le piccole chiavi nella tasca dei pantaloni.
Si tolse il camice che mise a cavallo dello schienale della sedia dietro la sua scrivania. Poi prese la giacca dall’appendiabiti se la mise e si preparò per uscire dallo studio.
Prima di chiudere totalmente la porta, con la mano ancora sulla maniglia, l'aprì un pò di più, guardò velocemente all’interno per controllare che tutto era come lui voleva lasciarlo e chiuse a chiave.
Si girò e percorse i brevi passi che lo separavano dall’ascensore…

Postato da: Misina a 00:29 | link | commenti (3)
esame

domenica, 30 dicembre 2007
INTERVALLO 30 dicembre 2007 - h. 14.10

Tra pochi secondi interromperò la connessione con la rete.
Poi spegnerò il mio Mac.

Questo per dirvi che non sarò più 'online' con nuovi post
fino al 7 gennaio 2008.
Colgo l'occasione per fare un augurio di cuore a tutti
per un sereno 2008.

Postato da: Misina a 12:49 | link | commenti (3)
auguri

venerdì, 28 dicembre 2007
3 giugno 1963 – 3 ore dopo - Terza parte

Il dottor Achille, entrò nel grande ascensore dell’ospedale appena ristrutturato, premette il pulsante che lo avrebbe condotto al quarto piano dove c’era il suo studio. Non era grande il suo studio, ma aveva una finestra che occupava quasi tutta la parete di fronte alla scrivania, incorniciata da un infisso dipinto in un delicato colore verde pastello, nella parte superiore terminava con un arco, non c’erano tende, Achille non né volle, preferiva la luce che filtrava attraverso i rami dei platani secolari che c’erano nel parco.

L’ospedale era un vecchio e austero edificio, la cui struttura architettonica continuava ad essere fuori posto in quel quartiere milanese. Era un’ampia tenuta grigia con la pianta a ferro di cavallo di quattro piani, lungo tutto il suo perimetro era circondata da un parco piuttosto vasto. Era stata di proprietà di una contessa che proveniva da un’antica e nobile famiglia piemontese, il cui tris nonno l’aveva fatta costruire qui a Milano per seguire certi suoi affari. Lei, la contessa, l’aveva donata alla città e anche alla Fondazione che portava il suo nome. Si mormorava, malignamente, che tanta generosità dipendesse da una sua lunga e tormentata storia d’amore, cominciata molti anni prima con un medico più giovane di lei, che le salvò la vita. I due si innamorarono e lei lo amò, pur essendo sposata, fino alla sua morte senza mai rivelare il suo segreto, senza poterlo sposare e senza mai viverci insieme date le posizioni che i due occupavano nella società di quel tempo. La contessa avrebbe anche superato questo scoglio sociale ma cosciente che lo scandalo avrebbe irrimediabilmente rovinato la promettente carriera di lui si sacrificò. Lui non si sposò e dedicò tutta la sua vita a far grande e famoso l’ospedale e la Fondazione a lei dedicata. Ma questa è un’altra storia che forse racconterò più avanti.

Torniamo nello studio di Achille.
Achille si sedette sulla sedia di legno girevole stile country, aprì il secondo cassetto della sua scrivania ed estrasse un pacchetto di sigarette per concedersi l’unica sigaretta della giornata. La accese, sentì il leggero sfrigolio della carta che bruciava alla prima copiosa boccata, spostò la testa leggermente all’indietro e se la godette nel silenzio della sua stanza. Quando riemerse da quel piacere e dalla leggera nuvola di fumo. La vide. Era lì, la busta di carta gialla, adagiata sulla morbida pelle verde che ricopriva la superficie della sua scrivania in legno scuro che ancora profumava l’aria con quel odore tipico del legno che porta con sé ricordi di antica data. La busta, con il marchio dell’ospedale e il triangolo arancione che identificava che dentro c’erano dei risultati di qualche esame praticato ai pazienti.

Ma lui sapeva che quegli esami erano del bambino a cui poche ore prima aveva praticato la puntura lombare. Aspirò con avidità un’altra boccata. Posò la sigaretta sul bordo del posacenere, allungò la mano verso la busta e l’aprì...

Postato da: Misina a 01:50 | link | commenti (9)
edificio

lunedì, 24 dicembre 2007
3 giugno 1963 - Seconda parte

Il dottore era entrato nella stanza seguito da un’infermiera e l’aveva guardata. Lei era li vicino al suo bambino. Nell’ultima settimana aveva incontrato quella donna quasi ogni giorno. Le aveva spiegato, quello che poteva spiegarle e a lei era bastato, come se quel delicato equilibrio avrebbe favorito la guarigione del figlio. Aveva accennato un sì con un leggero movimento della testa e si era abbassata su di lui, il suo bambino, come per proteggerlo. Adesso era tutto pronto per procedere con l’esame. Achille, così si chiamava il medico, era sempre un pò triste quando sapeva che sarebbe stato così invasivo per il suo piccolo paziente. Ma non era una debolezza la sua, anzi, questa condizione lo aiutava da sempre ad avere rispetto per i suoi malati e per il delicato lavoro che faceva. Aveva coscienza di questo. Guarire le persone e non smettere mai di combattere. Anche questa volta, ancora una volta l’avrebbe fatto... Lui non si arrendeva, anche lui aveva perso, succede. Era difficile accettarlo. Lui preferiva non accettarlo troppo. Si era laureato a Pisa e poi aveva preso la specializzazione. Parecchi anni prima. Era diventato un ottimo dottore Achille. Ci teneva molto ad essere un bravo medico, voleva esserlo. Era comprensivo e dal carattere gentile, sapeva trattare con i suoi piccoli pazienti, aveva uno strano alone attorno che ti dava sicurezza. Lo percepivano i bambini e i genitori che lo ascoltavano speranzosi. Anche le persone che lavoravano con lui apprezzavano la sua fermezza e la capacità di prendere in mano la situazione anche nei momenti più delicati ci si sentiva protetti con vicino Achille.

Adesso tutto era pronto. Si era fatto aiutare dalla madre, quando poteva preferiva che fosse la madre ad aiutarlo. Era convinto che le sue mani avrebbero comunicato gesti più positivi. Era importante adesso. Naturalmente dipendeva anche dal tipo di carattere che aveva lei, se era troppo apprensiva e nervosa era meglio di no, ma questa donna era forte e determinata, anche se ora aveva un viso stanco e sembrava improvvisamente invecchiata di qualche anno negli ultimi giorni.

Così l’avevano delicatamente messo sul fianco con le gambe piegate contro il petto per favorire l’estensione della colonna vertebrale. Achille aveva fatto un cenno con la mano all’infermiera e lei aveva premuto il tasto del magnetofono Geloso G258 a nastro appoggiato su una piccola cassettiera a rotelle in metallo per medicinali. Immediatamente dopo lo scatto, le bobine iniziarono a girare e l’altoparlante diffuse nella stanza le note dell’Adagio del concerto per clarinetto e orchestra KV622 di Mozart. La madre lo guardò sorpresa, lui le rispose con uno sguardo sereno accennò un leggero sorriso e lei capì che era giusto così. Achille sfregò con un batuffolo un punto preciso sulla schiena nella zona lombare del piccolo tra la quarta e la quinta vertebra con una soluzione antisettica. Poi con un ago molto sottile, iniettò un anestetico nei tessuti sottostanti. Tolto questo con mano ferma e sicura, introdusse lentamente un secondo ago, lungo ed estremamente sottile, rinforzato all’interno. Ci fu solo un impercettibile movimento trasmesso dal bambino.

Una volta introdotto l’ago nel canale centrale del midollo spinale immediatamente fuoriuscì il liquido cefalorachidiano. Achille lo raccolse mediante un tubicino sterile.

Dopo qualche ora avrebbe avuto un altro dato importante per sapere se i suoi sospetti erano giusti...

Postato da: Misina a 01:53 | link | commenti (7)
mamma, dottore, 1963

mercoledì, 19 dicembre 2007
INTERVALLO 19 dicembre 2007 - h. 01.01

M. si era trasferito da circa un anno a Londra nel quartiere di Chelsea al numero 24 di Thurloe Street a pochi passi dalla fermata della metropolitana di South Kensington. La casa era un tipico edificio in mattoni rossi con grandi finestre dagli infissi di legno bianco. Aveva forse bisogno di una rinfrescata ma nel complesso aveva una sua dignitosa eleganza. La scala interna che conduceva ai vari piani era di legno e scricchiolava ad ogni gradino quando si salivano le scale. Ad M. ricordava certi romanzi di Agatha Christie.

La padrona di casa era un personaggio singolare. Doveva avere una cinquantina d'anni vestita in modo eccentrico non molto alta e grassissima, sempre sorridente e pronta alla battuta, sempre con un'aria come se la sua mente vagasse per chissà quali pensieri. Aveva un trucco che si poteva definire casuale, come se non prestasse nessuna attenzione quando se lo faceva. M. non ricorda come si chiamava. Qualche volta l'aveva sentita cantare, aveva una bella voce intonata. La cosa che faceva divertire M. era cha cantava solo in italiano e generalmente l'opera. Per quel poco che ne capiva ad M. sembrava Verdi. Il marito, al contrario, era un signore alto e magro con un naso appuntito con pochi capelli, cordiale, sulla sessantina. Vestiva un abito grigio, neutro, senza personalità di media fattura comprato sicuramente ai grandi magazzini. Sotto la giacca vestiva una camicia impeccabilmente bianca (chi l'avrebbe mai detto) allacciata fino all'ultimo bottone. Quelle poche volte che M. l'aveva incrociato su una specie di ascensore montacarichi che dava nel giardino interno gli aveva parlato sempre e solo esclusivamente del tempo. M. pensava che quei due incarnavano esattamente lo stereotipo che un italiano si fa degli inglesi, o almeno che M. si faceva degli inglesi. In un certo senso era bello averli trovati così, diceva fra sé.

I due proprietari avevano anche qualche ospite saltuario nella casa, studenti per lo più e qualche agente di vendita, perfino qualche turista. La mattina in uno spazio al piano terreno servivano la colazione. Per M. era piacevole prenderla lì. Era diverso da quello che avrebbe fatto ogni mattina a Milano. Ad M. piaceva il loro porridge, d'altronde non ne aveva mai assaggiato un altro in vita sua. M. non lo gradiva dolce, anzi, lo pepava e lo salava abbondantemente e qualche mattina se ne faceva anche due piatti, lo accompagnava con succo d'arancia e due tazze generose di caffé lungo, anzi lunghissimo, ma ad M. non mancava per niente il caffè italiano.

Ok, per ora e tutto. Continuerò nel prossimo post...

Postato da: Misina a 01:11 | link | commenti (10)

martedì, 18 dicembre 2007
INTERVALLO 18 dicembre 2007 - h. 02.40

Se mai avrò la perseveranza di continuare la storia che racconto in questo luogo, vorrei prendermi il lusso di tanto in tanto di fare intervallo, raccontando altro. Forse non c'era bisogno di dirlo (o di scriverlo) ma per qualche raro appassionato/a, ammettendo che ce ne siano, è utile sapere di queste interruzioni. Per lo meno è utile per me. Ok, questo è il primo INTERVALLO.

Sto volando in un cielo azzurro e bellissimo. Sono seduto sopra ad una profumatissima cassata siciliana, coloratissima e imponente come una scultura barocca. Volo spedito nel cielo azzurro. Non c'è una nuvola e tutto è estremamente limpido. Intorno ogni tanto si avvicinano roteando degli aranci come animati da una forza che di solito non li appartiene. Si uniscono anche odorosi cedri. Ad un tratto rallento perché scorgo una figura in lontananza che si avvicina. Ora è qui di fronte a me. Voliamo molto più lentamente adesso. Mi sorride dietro ad un pesantissimo e volgare trucco d'altri tempi. È una puttana probabilmente proveniente da qualche malfamato quartiere vicino al porto. Non c'è promessa in quel sorriso, è solo una gentilezza rimasta in quella sua vita persa. Non è più giovane ora. Nessuno la vuole più. Ad un tratto una raffica di vento la fa roteare via come un vecchio pezzo di carta da spolvero su cui qualche studente di nudo dell'Accademia l'aveva disegnata con mano sicura. Io volo dritto adesso. Alla mia sinistra ora si affianca una bellissima orata dalle squame argentate. Anche la sua bocca pare che accenni ad un sorriso, tutto sembra così irreale e naturale allo stesso tempo. Forse sto sognando. L'orata mi fa l'occhiolino gira per tre volte intorno ad un putto paffutello di marmo bianco che vola anch'esso, malgrado la pesante materia di cui è fatto. L'orata da un forte colpo di coda come quando sente un pericolo avvicinarsi e la vedo sparire fino a quando diventa un piccolo punto nel cielo azzurro. Atterro.

Faccio qualche passo e da dietro un leggero avvallamento lo vedo arrivare su un carretto siciliano. È decorato con colori vivaci e figure che raccontano storie di Sicilia. Ma non è il carretto che mi interessa ma il suo passeggero. È Gi. Gi. ha uno sguardo profondo, intelligente con abbastanza anni per sapere il fatto suo. Gi. ha un piccolo apparecchio acustico nell'orecchio. Gi. ogni tanto lo spegne così non è più costretto a sentire le cose che non vuole sentire, a G. non piace ascoltare cose stupide. G. è sicuro che alcune cose sono davvero stupide. Gi. mi mostra una piccola cartella ricoperta di tessuto nero e chiusa da nastri telati rossi. Gi. dice che è un regalo per me, per augurarmi un felice nuovo anno. Gi. sale sul carretto e si allontana. Prima di vederlo sparire, una volta sola si gira, unisce le mani come fanno gli indiani e con la testa fa un leggero inchino. Io alzo la mano verso l'alto lasciandola in sospeso qualche secondo. Ora apro la cartella. Dentro c'è un delicato disegno a pennino. I tratti sono fini e sicuri come una scrittura. Nella parte sotto c'è una sedia vuota con il sedile di paglia come se ne vedono nelle trattorie greche da destra arriva una cassata siciliana, vola, forse è la stessa di prima. Può darsi. Guardo attentamente, e cosa vedo? Vedo il vecchio anno che se ne è andato lasciando la sedia vuota come fosse un trono in attesa del suo nuovo re. Poi vedo la cassata, portatrice di festa. È il nuovo anno in arrivo ricco di buoni propositi, speriamo dico tra me e me pensando a Gi, che con una semplice metafora mi ha lasciato questo suo pensiero di carta.

Ma non è bello raccontare un disegno è un pò come raccontare di un triplo salto mortale. Ma quando lo si vede un triplo salto mortale è tutt'altra cosa.

Postato da: Misina a 03:03 | link | commenti (1)
cielo, intervallo, mamma, 1963

venerdì, 14 dicembre 2007
3 giugno 1963 - Prima parte

La stanza è la stessa, l'aria è la stessa, la penombra è la stessa, i suoni sono gli stessi, l'odore è lo stesso e lui... lui è lì. Ma non sa di esserlo, non capisce ancora. Non si fa domande. Quanto tempo è passato, dov'è, cosa succede. Niente. Tutto è immobile. Lui è immobile. Forse si sta chiedendo che cosa è... ancora, ancora. Ma perché è così difficile. Chiedersi chi è, per lui è impensabile. Che cos'è? Lui non lo sa. Ma si sente smarrito.

Poi finalmente la vede. È lei, è li accanto, sembra seduta e lo guarda con una dolcezza infinita. È triste. Perché sei triste? Mamma... perché sei triste? Lui non capisce, ma lei è reale, questo è certo. Con lei li vicino anche lui è reale. Lui è il suo bambino, ma lui non sa nulla, non sente e non capisce, ma lei è li e questo basta. Tutto è molto più rassicurante adesso. Vorrebbe chiamarla... la chiama, ma non si sente nessuna parola, nessun suono... si spaventa per questo. Lei lo guarda come se aspettasse, è triste, ma con tutta la forza che gli è rimasta accenna un sorriso. Come è bella quando sorride. Sente la sua mano vicino al viso. Vorrebbe entrare tutto in quella mano, come in un nido. Lui la guarda. Qualcosa si muove nella stanza, c'è un'invasione di luce come se qualcuno avesse aperto una porta o una finestra, sente dei rumori. Sono belli quei rumori li, sono belli. Ma poi la penombra prevale. Lui guarda mamma. Non la perde di vista, non può perderla di vista è la sola cosa che lo fa sentire reale, sente che esiste. Poi lei ad un certo punto fa un movimento con la testa come se qualcuno l'avesse chiamata, o forse ha sentito un rumore. Ora è attenta, verso qualcosa, il suo viso è velato di preoccupazione ma ogni tanto abbassa lo sguardo verso di lui. Lui capisce che può stare tranquillo lei è lì.

Poi lei fa un cenno con la testa e lui capisce che sta accadendo qualcosa, che a lui sta per accadere qualcosa. Non fa in tempo a spaventarsi perché lei si avvicina, si appoggia come può alla sua testa, vicino, protettiva. Sente le sue mani che lo avvolgono in una carezza dolcissima. Poi lei fa un cenno con la testa, e le sue labbra fanno un leggero movimento appena accennato, come se con tutto il suo essere mai e poi mai vorrebbe pronunciare quel sì... Sì... Va bene adesso... fatelo. Lei lo stringe un pò più forte, ora il tempo corre velocissimo, molto veloce. Poi succede. Qualcosa di freddo, di molto freddo e appuntito spinge sulla sua schiena, non fa male, è strano, è sgradevole... è brutto mamma... poi lui si perde nel buio ancora una volta...

Postato da: Misina a 01:40 | link | commenti (3)